Archive for febbraio, 2009

Meno tumori dell’endometrio nelle consumatrici di caffè

caffePiù consumo di caffè, meno adenocarcinomi dell’endometrio: questa in sintesi la conclusione di una metanalisi pubblicata sulla rivista “American Journal of Obstetrics and Gynaecology” a firma di un gruppo di ricercatori dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” e dell’Università di Milano.

Dall’analisi dei risultati di due studi di coorte e sette studi caso-controllo pubblicati tra il 1966 e il 2008 sulla possibile correlazione con l’insorgenza di tumori del consumo di caffè – normale e decaffeinato – e di tè risulta infatti un effetto protettivo dal rischio di insorgenza di questa neoplasia che colpisce le donne, la più comune tra quelle che riguardano l’apparato genitale.

“I risultati di questa meta-analisi – dice il prof. Carlo La Vecchia, ricercatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e dell’Università di Milano e coautore dello studio – indicano che rispetto alle non bevitrici di caffè, le donne che ne bevono in quantità ridotta o moderata hanno una protezione del 13 per cento sul rischio di ammalarsi di tumore dell’endometrio, mentre quelle che ne bevono in quantità elevata hanno una protezione del 36 per cento”.

I risultati corroborano un’altra recente ricerca pubblicata nel mese di ottobre 2008 sulla rivista “International Journal of Cancer”, che rappresenta il primo studio caso-controllo specificamente dedicato a verificare l’effetto chemoprotettivo del caffè e del tè e che è stato condotto su più di mille volontarie, divise in due gruppi a seconda dell’aver avuto o meno una diagnosi di tumore in anni passati.

Più consumo di caffè, meno adenocarcinomi dell’endometrio: questa in sintesi la conclusione di una metanalisi pubblicata sulla rivista “American Journal of Obstetrics and Gynaecology” a firma di un gruppo di ricercatori dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” e dell’Università di Milano.

Dall’analisi dei risultati di due studi di coorte e sette studi caso-controllo pubblicati tra il 1966 e il 2008 sulla possibile correlazione con l’insorgenza di tumori del consumo di caffè – normale e decaffeinato – e di tè risulta infatti un effetto protettivo dal rischio di insorgenza di questa neoplasia che colpisce le donne, la più comune tra quelle che riguardano l’apparato genitale.

“I risultati di questa meta-analisi – dice il prof. Carlo La Vecchia, ricercatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e dell’Università di Milano e coautore dello studio – indicano che rispetto alle non bevitrici di caffè, le donne che ne bevono in quantità ridotta o moderata hanno una protezione del 13 per cento sul rischio di ammalarsi di tumore dell’endometrio, mentre quelle che ne bevono in quantità elevata hanno una protezione del 36 per cento”.

I risultati corroborano un’altra recente ricerca pubblicata nel mese di ottobre 2008 sulla rivista “International Journal of Cancer”, che rappresenta il primo studio caso-controllo specificamente dedicato a verificare l’effetto chemoprotettivo del caffè e del tè e che è stato condotto su più di mille volontarie, divise in due gruppi a seconda dell’aver avuto o meno una diagnosi di tumore in anni passati.

Più consumo di caffè, meno adenocarcinomi dell’endometrio: questa in sintesi la conclusione di una metanalisi pubblicata sulla rivista “American Journal of Obstetrics and Gynaecology” a firma di un gruppo di ricercatori dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” e dell’Università di Milano.

Dall’analisi dei risultati di due studi di coorte e sette studi caso-controllo pubblicati tra il 1966 e il 2008 sulla possibile correlazione con l’insorgenza di tumori del consumo di caffè – normale e decaffeinato – e di tè risulta infatti un effetto protettivo dal rischio di insorgenza di questa neoplasia che colpisce le donne, la più comune tra quelle che riguardano l’apparato genitale.

“I risultati di questa meta-analisi – dice il prof. Carlo La Vecchia, ricercatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e dell’Università di Milano e coautore dello studio – indicano che rispetto alle non bevitrici di caffè, le donne che ne bevono in quantità ridotta o moderata hanno una protezione del 13 per cento sul rischio di ammalarsi di tumore dell’endometrio, mentre quelle che ne bevono in quantità elevata hanno una protezione del 36 per cento”.

donneI risultati corroborano un’altra recente ricerca pubblicata nel mese di ottobre 2008 sulla rivista “International Journal of Cancer”, che rappresenta il primo studio caso-controllo specificamente dedicato a verificare l’effetto chemoprotettivo del caffè e del tè e che è stato condotto su più di mille volontarie, divise in due gruppi a seconda dell’aver avuto o meno una diagnosi di tumore in anni passati.

Anche in tal caso, i dati suggerivano una minore incidenza di tumore dell’endometrio nelle consumatrici di caffè e di tè, sebbene tale risultato fosse statisticamente significativo solo nelle bevitrici di tè.

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Rane e rospi in pericolo!

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Le rane ed i rospi sono gli animali più minacciati del nostro pianeta.

Questi anfibi sono comparsi sul nostro pianeti 300 milioni di anni e adesso rischiano di scomparire per sempre. La Colombia è il paese in cui corrono il maggior pericolo di estinzione.

Pedro Galvis, esperto internazionale di conservazione, assieme ad altri biologi, ha svolto delle ricerche, con lo scopo di redarre un inventario della flora e della fauna, nella riserva faunistica Vanguardia Alta (Villavicencio). Pedro Galvis segue il suono che emette una rana maschio per attrarre le femmine e segnare il territorio. Si tratta di un esemplare appartenente ad una delle 733 specie descritte che, narra il libro rosso degli anfibi della Colombia, vivono nel paese. Di queste, 337 sono endemiche ed altre 217 sono minacciate di estinguersi. Questo è il risultato finale stilato dallo studio della valutazione globale degli anfibi (GAA), elaborato da 600 scienziati di 60 paesi.

rospo3Questo inquietante dato porta la Colombia al primo posto per le specie, in particolare anfibi, in pericolo. Gli seguono il Messico (204), Ecuador (165), Cina (91), Perù (86), Venezuela (71) e India (68). La cordigliera delle Ande, dove abitano più di un terzo delle specie, è una delle regioni col maggior indice di minaccia. Vari tipi di anfibi, del genere arlecchino, hanno perso l’80 per cento della loro popolazione negli ultimi dieci anni ed altri lo perderanno di qui al 2014. Secondo i biologi, se la situazione non verrà mutata con seri provvedimenti protezionistici, le rane e i rospi si sommeranno ai 70mila animali esposti nei vari musei naturali colombiani. Secondo il libro rosso degli anfibi della Colombia il tasso di inquinamento, destinato ad aumentare ulteriormente, è il maggior responsabile della moria di questi animali. La loro sparizione provocherebbe dei danni inimmaginabili alla catena alimentare poiché sono predatori di insetti e, nello stesso tempo, prede di uccelli e serpenti.

rospoCome se non bastasse, oltre all’inquinamento, l’uomo è un altro pericoloso nemico delle rane e dei rospi. Ogni anno migliaia di esemplari spariscono dalla Colombia. Essi vengono catturati da vere bande organizzate che li esportano clandestinamente all’estero. Ci sono collezionisti disposti a pagare centinaia di dollari per acquistare un raro esemplare di rana o rospo, che sarà destinato a morire dentro una gabbia di vetro.

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La dopamina

dopaminaVoglia di emozioni forti? Una questione di dopamina

Nei novelty seeker il cervello è scarsamente in grado di regolare la dopamina: questa condizione rende i soggetti particolarmente sensibili alle novità
La ricerca psicologica ha classificato come novelty seeker le persone che mostrano un comportamento caratterizzato da una forte impulsività e da una ricerca continua del rischio e delle sensazioni forti.

Ora i ricercatori della Vanderbilt University hanno individuato il meccanismo neurobiologico che sembra essere alla base di questo tipo di comportamento. Uno studio ha infatti rivelato come questi soggetti abbiano un numero inferiore rispetto alla norma di recettori della della dopamina di un particolare tipo.

Il neurotrasmettitore dopamina è prodotto da un particolare gruppo di cellule presenti nel cervello, dotate di una serie di autorecettori che consentono di limitare il rilascio della sostanza quando vengono stimolati.

“È risultato che la densità di questi autorecettori è inversamente correlata al comportamento oggetto dello studio”, ha commentato David Zald, professore associato di psicologia della Vanderbilt e primo autore dello studio pubblicato sulla rivista “Journal of Neuroscience”. “Ciò significa che quanto meno sono presenti questi autorecettori in un individuo, tanto più che egli avrà difficoltà a regolare il desiderio di nuove esperienze potenzialmente gratificanti che normalmente inducono un rilascio di dopamina”.

La dopamina, com’è noto da molto tempo, svolge nel cervello un importante ruolo in tutte quelle esperienze che forniscono al soggetto una gratificazione, nei suoi aspetti sia fisiologici sia patologici, in particolare nelle dipendenze da sostanze o comportamenti (cibo, sesso e sostanze stupefacenti).

Precedenti studi avevano già individuato una notevole variabilità individuale sia nel numero di recettori della dopamina sia nella quantità di neurotrasmettitore prodotta, nonché una correlazione dei suoi livelli nei comportamenti abusanti.

Zald e colleghi si sono invece concentrati sulle possibili correlazioni con i tratti di personalità del novelty-seeker. Nel corso della ricerca è stata utilizzata la tecnica di tomografia a emissione di positroni (PET) per individuare i livelli di recettori della dopamina in 34 soggetti sani sottoposti anche a un questionario per valutare i tratti di personalità.

“La nostra ricerca suggerisce che in questi soggetti il cervello è scarsamente in grado di regolare la dopamina: questa condizione rende i soggetti particolarmente sensibili alle novità e le situazioni che forniscono una gratificazione e che normalmente inducono un rilascio di dopamina”, ha concluso Zald.

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Il testosterone aumenta anche in maniera naturale

Alcune ricerche hanno dimostrato che il livello di testosterone nel sangue aumenta con adeguati esercizi fisici.Il massimo livello di testosterone si raggiunge dopo esercizi come spinte su panca piana  , squat e stacchi da terra , questi esercizi devono essere effettuati con carichi elevati riducendo le ripetizoni e i tempi di recupero che devono essere non superiore ai 20 secondi.

panca stacchi squat1

Inoltre il livello degli ormoni prodotti in risposta agli allenamenti a cui un soggetto è abituato: atleti allenati per esercizi come la corsa mostrano un inferiore variazione della produzione di testosterone durante lo sforzo rispetto a persone dalla vita sedentaria.Negli atleti allenati per la resistenza si osserva un grande aumeto nella produzione ormonale soprattutto nella mezz’ora successiva allo sforzo seguito da un brusco calo della quantità di testosteronepresente nel sangue.

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Meno carboidrati nella dieta ,meno grassi nel fegato

Le persone che seguono diete a basso contenuto di carboidrati sono più dipendenti dall’ossidazione dei grassi che avviene nel fegato: è questa la conclusione di un piccolo studio clinico svoltosi presso lo UT Southwestern Medical Center.

I risultati sono ora pubblicati sull’ultimo numero della rivista “Hepatology”.

“Invece di cercare farmaci per combattere l’obesità e le patologie che ne derivano – ha commentato Browning – è possibile forse ottimizzare la dieta per prevenire tali condizioni”. I risultati potrebbero avere importanti implicazioni per il trattamento dell’obesità e delle patologie collegate come il diabete, l’insulino-resistenza e la steatosi epatica non alcolica, come ha spiegato Jeffrey Browning, docente dell’Advanced Imaging Research Center della UT Southwestern.

Il glucosio e i grassi sono entrambi metabolizzati nel fegato e utilizzati come energia per il funzionamento dell’organismo: il glucosio può essere ricavato dal lattato, dagli amminoacidi o dal glicerolo.

Al fine di determinare in che modo la dieta possa influenzare la produzione di glucosio e la sua utilizzazione nel fegato, i ricercatori hanno assegnato in modo casuale due tipi di dieta – a basso contenuto di calorie o di carboidrati – a una coorte di 14 soggetti obesi o sovrappeso.

Dopo due settimane, si è verificato il modo in cui gli stessi soggetti utilizzavano il glucosio grazie a tecniche di imaging avanzate, oltre che a metodi biochimici.

Si è così riscontrato che coloro che avevano seguito la dieta a basso tenore di carboidrati producevano glucosio dal lattato o dagli aminoacidi in proporzione maggiore dei soggetti che avevano seguito l’altra dieta.

Le differenti diete influiscono così sul metabolismo del glucosio: in una dieta con poche calorie, i soggetti ottengono il 40 per cento del glucosio dal glicogeno, che deriva dai carboidrati ingeriti e viene immagazzinato nel fegato finché l’organismo non ne ha bisogno. In una dieta povera di carboidrati, per converso, tale percentuale si riduce fino al 20 per cento: in tal caso, viene consumata una maggiore quantità di grassi del fegato, essenzialmente trigliceridi. Per chi ne ha in eccesso, quindi le conclusioni dello studio potrebbero aprire la strada a nuove strategie terapeutiche o semplicemente dietetiche.

Sebbene lo studio non fosse ideato per determinare quale dieta sia più efficace per perdere peso, il calo ponderale è stato ci circa 2,2 chilogrammi per i partecipanti allo studio che seguivano una dieta a basso introito di calorie e di 4,3 per quelli che seguivano una dieta a basso consumo di carboidrati.obesita

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Nuove stelle da gas primordiale

Le prove di una nascita stellare al’interno di una nube di gas primordiale ha fornito agli astronomi importanti informazioni sui meccanismi di formazione delle galassie. La nube, nota come Anello del Leone, sembra mancare di materia oscura e di elementi pesanti, due caratteristiche delle galassie osservate attualmente. 13348591

L’insolita scoperta è stata resa possibile dalle osservazioni della sonda Galaxy Evolution Explorer (GALEX) della NASA sensibile alla radiazione ultravioletta emessa dalle stelle in formazione.

“Questi risultati testimoniano l’incredibile potenzialità dell’osservazione ultravioletta nello spazio” ha spiegato Mark Seibert dei Carnegie Observatories, che ha partecipato alla ricerca insieme con i colleghi della Johns Hopkins University.

L’Anello del Leone, scoperto nel 1983 dai radioastronomi, è una nube di idrogeno ed elio gassosi che orbita intorno a due galassie nella costellazione del Leone. La nube è praticamente invisibile nello spettro ottico della radiazione elettromagnetica e fin dalla sua scoperta gli astronomi sono andati alla ricerca al suo interno, senza successo, di stelle in formazione. Il lancio nel 2003 della sonda GALEX, dotata di rivelatori UV ultra-sensibili, ha reso possibile l’esplorazione di nuove lunghezze d’onda e la rivelazione di emissioni ultraviolette provenienti dalle regioni di formazione stellare, che sono interpretate come segni della presenza di piccole galassie note come galassie nane.

Precedenti misurazioni delle masse e delle velocità delle nubi d’idrogeno all’interno dell’anello del Leone avevano suggerito la mancanza di una significativa componente di materia oscura, un aspetto che distingue questi nuovi siti di formazione stellare da altre galassie nane note. Poiché secondo gli attuali modelli cosmologici le galassie si formano in associazione con un massiccio alone di materia oscura, ciò suggerisce che le nuove galassie si formarono attraverso un ben definito processo che non è ancora stato compreso. Considerate le immense dimensioni dell’anello del Leone è improbabile che il gas osservato sia stato riciclato o estratto dalle galassie centrali. Invece, è possibile che sia rimasto intatto fin dall’origine dell’universo.

Se fosse effettivamente così, le galassie di recente formazione potrebbero essere costituite quasi esclusivamente da idrogeno puro e da elio e mancare degli elementi più pesanti (i “metalli” nella terminologia astronomica). L’anello del Leone e le galassie nane di recente formazione scoperte nello spettro ultravioletto perciò forniscono un’opportunità di vedere in che modo la formazione stellare si è svolta nelle prime fasi dell’universo primordiale.

Il nuovo tipo di galassie nane potrebbe essere stato comune nell’universo primordiale quando le nubi di gas primordiale erano più abbondanti. La scoperta apre la strada all’ipotesi di un processo di formazione dei gas primordiali non arricchiti di elementi pesanti.

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Sodio , potassio e pressione sanguinea

pressione-1Il legame tra introito di sodio e rischio di ipertensione arteriosa è ben noto e confermato da numerosi studi: ciò che finora è rimasto per lo più trascurato è il ruolo del potassio, che ha l’effetto opposto del sodio.

Grazie a una ricerca ora pubblicata sulla rivista “Archives of Internal Medicine”, un gruppo di ricerca della Loyola University ha trovato che il rapporto sodio/potassio riscontrato dalle analisi delle urine è un miglior fattore predittivo di disturbi cardiovascolari rispeto ai livelli di sodio e di potassio presi singolarmente.

“C’è poca attenzione al ruolo del potassio, esso sembra essere efficace nell’abbassare la pressione sanguigna e la combinazione tra un più alto introito di potassio e un contenimento del sodio risulta essere più efficace delle strategie adottate finora senza tenere conto di tale correlazione”, ha commentato Paul Whelton, autore senior dell’articolo.

I ricercatori hanno determinato l’introito medio di sodio e potassio dei partecipanti a uno studio denominato “Trials of Hypertension Prevention” mediante la raccolta di campioni di urine ogni 24 ore per un periodo di 18 mesi, in una prima fase dello studio, e di 36 nella seconda fase.

I circa 3000 soggetti, di età compresa tra 30 e 54 anni all’inizio del trial, sono poi stati seguiti per 10-15 anni per verificare le loro condizioni di salute in particolare per quanto concerneva l’apparato cardiovascolare.

Secondo i dati raccolti, coloro che avevano i più alti livelli di sodio nelle urine avevano una probabilità di incorrere in ictus, infarti e altre patologie cardiovascolari aumentata del 20 per cento rispetto al gruppo con i livelli più bassi, anche se la correlazione non era sufficiente da poter essere considerata statisticamente significativa.

pressione-2Per contro, i soggetti con i più alti livelli del rapporto sodio/potassio vedevano aumentare del 50 per cento le probabilità di patologie cardiovascolari rispetto a coloro in cui il livello aveva i livelli minimi, con una correlazione statisticamente significativa.

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